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A CACCIA CON I MASAI (TANZANIA)

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Era una mattina di fine ottobre del 2015 quando mi svegliai nella mia tenda in Tanzania. Con il mio amico Simone, avevamo deciso di cercare di partecipare a una battuta di caccia con i Masai, un’esperienza che ci era stata descritta come significativa, sincera e particolarmente cruda.

Nei giorni precedenti una guida del posto ci aveva segnalato la possibilità di realizzare il nostro piccolo sogno e dopo qualche trattativa eravamo riusciti ad accordarci.

Fummo così accompagnati da un gruppo di Masai al loro villaggio, ai piedi del Kilimangiaro. Lì, incontrammo una guida, un giovane Masai di nome Enock.

Enock ci spiegò che la caccia con l’arco e le frecce è una tradizione molto antica per il suo popolo. I masai usano queste armi artigianali non solo per cacciare grossi mammiferi, ma anche per cacciare piccoli animali come scoiattoli e uccellini per il cibo e per la medicina.

Prima di iniziare la battuta di caccia, Enock ci insegnò grosso modo come usare l’arco e le frecce. Ci mostrò come caricare l’arco, come mirare e come rilasciare la freccia. Nonostante l’insegnamento, noi non partecipammo attivamente alla caccia: eravamo lì unicamente come osservatori passivi.

Iniziò poi l’esplorazione della savana attraverso i sentieri battuti dai masai, alla ricerca di animali da cacciare. Non si trattava di una situazione artificiale o programmata – infatti io e Simone eravamo gli unici occidentali nel raggio di decine di kilometri –  ma di una reale battuta di caccia tradizionale masai.

Il gruppo di cacciatori, anche grazie ai loro attenti e magrissimi cani, avvistò presto un gruppo di scoiattoli che si aggirava tra gli alberi. Enock e gli altri, silenziosamente, mirarono con attenzione e rilasciarono le loro frecce le quali andarono perlopiù a segno con un tonfo preciso e secco. I loro archi erano dei semplici pezzi di legno curvati dalla tensione di una normale corda. Scoccavano frecce artigianali ma ben fatte. La precisione dei tiri era impressionante. I masai riuscivano, apparentemente senza difficoltà, a colpire bersagli piccoli come uno scoiattolo o un uccellino a decine di metri di distanza.

Continuarono a cacciare per il resto della mattinata, accumulando nei carnieri una buona scorta di cibo. Noi, seguendoli, imparammo a riconoscere le tracce degli animali e a seguire i segnali della savana. Non c’era niente di organizzato, sicuro o vagamente ‘turistico’. Dovevamo infatti continuamente affrettarci per seguire i loro passi, a volte dovevamo correre per non rimanere indietro e rischiare di perderci. Nessuno si preoccupava di noi.

Arrivò il momento del pranzo. I masai si fermarono in uno spiazzo e i cani si accucciarono vicino a loro. Nell’aria c’era una misto di stanchezza e soddisfazione. I cacciatori accesero un fuoco nella maniera tradizionale, frizionando una freccia senza punta  su delle sterpaglie secche. Qualche pezzo di legno raccattato qua e là prese presto lentamente fuoco ed iniziò ad emettere un fumo denso e bianco. I masai, felici e sorridenti, iniziarono ad arrostire le loro prede sul fuoco e poi a mangiarle di gusto. Ci offrirono un assaggio, ma gentilmente rifiutammo.


Durante il loro pranzo, io e Simone ci impegnammo in qualche prova di tiro con l’arco a dei bersagli fissi, ma gli esiti furono molti deludenti. I masai ci osservavano e ridevano, mentre mangiavano. Ci prendevano in giro, senza il minimo timore di sembrare irriverenti. Il loro comportamento con noi era completamente privo dei filtri sociali a cui siamo normalmente abituati. Non c’era in loro quella che solitamente chiamiamo ‘educazione’. C’era solo una sincerità talmente reale e profonda da risultare allo stesso tempo disarmante e simpatica. 

La caccia riprese. Probabilmente per la cena e le donne e i bambini rimasti al villaggio. Questa volta i cacciatori videro un gruppo di uccellini che si posavano sugli alberi. Una preda piccola ma deliziosa.

Enock cercò di insegnarci come mirare a un uccello in volo. Ma non c’era lontana speranza che noi ci riuscissimo. In effetti, non ci provammo nemmeno. Pensammo che se fossimo stati obbligati a vivere cacciando nella savana, saremmo sicuramente morti di fame, oppure prede di altri animali.

Al termine della battuta di caccia, tornammo al lodge con un senso di soddisfazione. Avevamo imparato molto sulla caccia con l’arco e le frecce e sulla quotidianità dei masai. Ma, soprattutto, avevamo vissuto un’esperienza davvero unica e probabilmente irripetibile.

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i masai

Il popolo masai è un gruppo etnico semi-nomade africano con una lunga storia e una cultura ricca e distintiva. Sono noti principalmente per la loro presenza in alcune parti del Kenya e della Tanzania, specialmente nella regione del Grande Rift Valley e attorno al Serengeti e al Masai Mara.
 

 

Storia e origine:

Si ritiene che i masai abbiano origini nilotiche, provenienti cioè dalla regione del Nilo nel Sudan settentrionale. Nel corso dei secoli, si sono spostati verso sud, raggiungendo l’attuale Kenya e Tanzania.Struttura sociale: La società masai è tradizionalmente organizzata in un sistema patriarcale, con una struttura sociale basata su clan e sottoclan. Ogni clan è guidato da un capo e i masai tengono in alta considerazione la leadership e l’autorità.

 
 
 
Economia e stile di vita: I masai sono noti come pastori nomadi. La loro economia si basa principalmente sull’allevamento di bestiame, in particolare mucche, capre e pecore. Il bestiame è una parte fondamentale della loro vita e cultura, e ne dipendono per cibo, abbigliamento e statuto sociale. Anche la caccia è una pratica importante per i Masai i quali cacciano solitamente piccoli animali, come scoiattoli, uccellini e antilopi. La caccia è una fonte di cibo e di carne per i Masai.
 
 
 
 
Abbigliamento e ornamenti: I masai sono noti per i loro abiti e ornamenti distintivi. Indossano vestiti colorati e decorati, spesso realizzati con stoffe vivaci. Gli uomini indossano lunghi mantelli detti “shuka”, mentre le donne portano lunghe gonne chiamate “kanga”. Gli ornamenti includono perline, braccialetti, collane e piercing.
 
 
 
 
Riti di passaggio: I masai hanno complessi riti di passaggio che segnano le diverse fasi della vita, come l’iniziazione all’età adulta, il matrimonio e l’anzianità. La cerimonia più nota è quella del “Moran”, in cui i giovani maschi vengono introdotti nell’età adulta e nel ruolo di guerrieri.
 
 
 
 
Religione e mitologia: La religione tradizionale dei masai è fortemente legata alla natura e al bestiame. Credono in un Dio supremo chiamato “Ngai” e attribuiscono una grande importanza agli spiriti degli antenati e agli spiriti della natura.
 
 
 
 
Sfide contemporanee: La modernizzazione, la crescita demografica, il cambiamento climatico e la perdita di terra hanno posto sfide alla tradizionale vita masai. Tuttavia, questo popolo sta cercando di preservare la propria cultura e le tradizioni attraverso iniziative di turismo culturale e collaborazioni con organizzazioni di conservazione.
 
 
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